Negli anni ho accumulato centinaia di fogli, di disegni accennati, di prove e di tentativi di pittura che, per un motivo o per l’altro, non si sono mai definiti del tutto, non si sono mai risolti e cristallizzati in un risultato finale. Ho sempre percepito questi tentativi come qualcosa di vitale, di necessario e talvolta di migliore rispetto ai quadri intorno ai quali gravitavano. Ho cominciato a raccoglierli e a pensarli come un unico lavoro mai finito. 

 

“Ci sono però persone più propense a guardare, osservare, persino a contemplare. Attribuiscono alle forme una potenza di verità. Pensano che il movimento sia più reale dell’immobilità, la trasformazione delle cose più ricca di insegnamenti, forse, delle cose stesse. Queste persone si chiedono se l’accidente non manifesti la verità con altrettanta precisione – visto che ai loro occhi non c’è l’uno senza l’altra – della sostanza stessa. Allora accettano di prendere, e non di perdere, tempo per guardare una farfalla che passa, voglio dire un’immagine che sorprendiamo sulle pareti di un museo o sulle pagine di un album di fotografie.” (Georges Didi-Huberman)